Il dibattito sulle “quote rosa” in politica spesso non tiene conto dei dati reali. Dai quali si può vedere che anche con queste le cose possono cambiare. Per il bene di tutti.
Si sente ad ogni occasione e dalla bocca di molti uomini politici che dovrebbero essere molte di più le donne impegnate nella cosa pubblica. Ma dietro dichiarazioni molto aperte si nascondono ancora oggi misoginia, pregiudizio e anche una buona dose di timore. Nell’anno Europeo delle pari opportunità è ancora più triste doversi ritrovare a discutere di quote “rosa”, riserva al femminile nelle liste di candidati alle elezioni. 30%… Se volessimo veramente una reale parità allora diremmo che le donne hanno diritto al 50% dei posti disponibili, e con eguali possibilità di venire elette. Ma ci si rende conto della loro necessaria esistenza come di una via di accesso garantito. Le donne sono perfettamente a loro agio in ruoli amministrativi e non sorprende constatare che il presidente della provincia italiano più amato d’Italia sia in realtà una presidentessa, Sonia Masini di Reggio Emilia. E il fatto che molte di noi si trovino a barcamenarsi tra lavoro, famiglia e quindi spesso anche figli e nello stesso tempo si impegnino in prima fila nelle istituzioni e nei partiti politici deve essere considerato un valore aggiunto. Il coinvolgimento delle donne in politica, in ambito locale e nazionale, può contribuire allo sviluppo di legislazione più attente alla condizione di donne, bambini e famiglie. In paesi molto diversi quali Argentina, Francia, Russia e Ruanda, le donne in parlamento hanno promosso e contribuito ad approvare legislazioni in materia di infanzia. In Ruanda, per esempio, le donne parlamentari hanno contribuito con successo all’aumento di spesa per sanità e istruzione e al varo di provvedimenti a favore dei bambini con disabilità. L’influenza delle donne nei parlamenti incoraggia mutamenti nell’agenda delle priorità dei loro colleghi maschi. Le ricerche effettuate suggeriscono che i legislatori maschi sono oggi più consapevoli dell’importanza delle tematiche riguardanti le donne e la famiglia. A partire dalla violenza, lo sfruttamento, la privazione della libertà, le molestie, ma anche il ruolo sociale e pubblico e l’assistenza, oltre alla necessità di emergere anche in quei paesi che le vedono relegate e prive della minima autonomia economica. Pensiamo a persone come Yunus e al microcredito aperto alle donne in principio in Bangladesh. Ha dato a molte di loro la possibilità di aprire una attività propria e affermare in tal modo un ruolo e una libertà finanziaria senza precedenti. In ogni caso, nonostante i progressi, le donne restano ampiamente escluse dalla politica. Al luglio 2006, le donne costituivano – a livello mondiale – meno del 17% di tutti i parlamentari, in un rapporto di circa 1 a 6. Con gli attuali tassi di progresso, la parità di genere nei parlamenti nazionali non potrà essere pienamente raggiunta prima del 2068. Le donne continuano a subire discriminazioni per quanto riguarda le elezioni: oltre il 50% degli interpellati in un campione di paesi di Asia orientale e Pacifico, Asia meridionale e Africa sub-sahariana è convinto che gli uomini siano più adatti delle donne a svolgere un ruolo di leader politico. Le donne svolgono un ruolo chiave in modo particolare per quanto riguarda l’infanzia, in alcuni casi contribuendo a migliorare la distribuzione delle risorse comunitarie destinate a donne e bambini. In India, i villaggi del Bengala occidentale guidati da donne presentano un investimento doppio per l’acqua potabile, un numero superiore di visite da parte di operatori sanitari e una diminuzione del 13% nella disparità di genere relativa alla frequenza scolastica. Ciò nonostante, a livello mondiale le donne costituiscono poco più del 9% dei sindaci e circa il 21% dei consiglieri locali. Qui si ripropone la necessità di posti riservati alla missione femminile di rappresentanza amministrativa. Le quote possono fare una differenza enorme e immediata per la promozione della rappresentanza femminile: 17 dei 20 paesi con la più alta percentuale di donne nella vita politica nazionale adottano inevitabilmente un qualche sistema di quote. Il Ruanda, per esempio, è salito dal 24° posto del 1995 al 1° posto del 2003 per la presenza di donne in parlamento, proprio grazie all’utilizzo delle quote. Statistiche simili valgono anche per paesi molto diversi come Afghanistan, Argentina, Burundi, Costa Rica, Iraq, Mozambico e Sud Africa. Mentre i dati a disposizione dimostrano che, nel complesso, le donne parlamentari sono più inclini degli uomini ad attuare cambiamenti a favore dei bambini, delle donne e delle famiglie, naturalmente non tutte le parlamentari donne daranno un contributo positivo “di genere”. Ogni legislatore o leader politico donna può infatti distinguersi per personalità e posizione ideologica. Le donne portano differenti modelli di socializzazione ed esperienze di vita diverse per sostenere le proprie decisioni, allo stesso modo le donne hanno maggiori probabilità di entrare in politica provenendo da background diversi, spesso attraverso l’impegno nel sociale o in organizzazioni non governative. Sono molte infatti le donne che entrano in politica dopo essersi distinte nell’associazionismo e nel volontariato. Ma molte provengono anche dal mondo delle professioni oppure hanno dietro di sé genitori che già portavano avanti questo tipo di coinvolgimento nella società. Possiamo quindi renderci conto di come nonostante il sentimento possa portarci a considerare le quote una “scappatoia” per tenere le donne confinate entro certi limiti, nella società attuale esse rappresentino un essenziale mezzo di affermazione e partecipazione femmine così preziosa e stimolante per tutti.
Flavia Giacobbe