Lo spirito del natale, fra magia e natività.
A partire da fine Novembre camminare per i vicoli di Napoli, respirare il tradizionale odore delle caldarroste in Via San Gregorio Armeno, infonde a chiunque, cattolici e non, lo spirito del Natale. I Pastori, l’aria calda e accogliente di quel vicoletto hanno una magia tale in grado di riportarti indietro nel tempo, quando il presepe non era una semplice rappresentazione ma quando era una vera e propria realtà: qualcosa di quotidiano come la vita dei contadini nell’anno zero, unito allo storico evento della nascita di Gesù.
Grazie agli artigiani napoletani, grazie ad un lavoro tramandato di generazione in generazione e grazie al rispetto delle proprie tradizioni, Napoli fa un viaggio nel passato, abbattendo lo spirito consumistico e rendendo l’aria di dicembre ricca di ogni sapore religioso, culturale e, perché no, anche comico; si, perché tra i vari pastori di carattere storico, è possibile scorgere l’indole umoristica dei napoletani, sempre alla ricerca di nuovi spunti nonostante il loro legame con le tradizioni: Michael Jackson, Andreotti, Berlusconi, sono solo pochi dei personaggi che potremmo avere nel presepe quest’anno.
San Gregorio Armeno quindi diventa un punto di incontro tra passato e presente dove tradizioni e attualità diventano un tutt’uno, accompagnati da uno sfondo magico e incantevole.
Eppure parlare di tradizioni diventa sempre più difficile. Il tempo che in quel vicolo di Napoli sembra essersi fermato, scorre invece frenetico in un mondo che ormai lascia sempre meno spazio al ‘vecchio’. Le nuove generazioni sono molto più proiettate al futuro, alle novità, alle scoperte. Le grosse produzioni industriali mettono sempre più in crisi i produttori artigianali e il concetto di globalizzazione trasforma il rispetto delle tradizioni in qualcosa di antico e oltrepassato.
Vecchio, antico, oltrepassato sono questi i termini per definire il modo in cui i giovani italiani interpretano gli usi e i costumi del proprio paese. E chi può dargli torto? Infondo la società è cambiata, i valori sono cambiati. La vita delle nuove generazioni è tutta rivolta al domani, ad un domani più libero dalle restrizioni sociali, culturali, e religiose. Un domani situato in un paese unico, magari con una lingua unica punto di unione di tutte le diverse etnie che compongono questo mondo.
Insomma perché restare impiantati nel passato? Perché non aprirsi all’idea di un paese unico senza barriere culturali e sociali?
Perché forse lasciarsi andare ad un’idea del genere sarebbe praticamente un’utopia. Ogni paese ha bisogno di avere una sua identità, ogni razza è giusto che abbia una lingua propria. Così come sia giusto che abbia la sua cultura. Forse proprio perché è la diversità quella che mantiene viva i veri valori: solidarietà, rispetto, tolleranza e forse è proprio la diversità, con le sue tradizioni, con i suoi usi e costumi, a creare un dialogo e uno scambio di popolo in popolo, da persona a persona.
Cosa rappresentano allora le tradizioni? Limitazione tra un popolo e l’altro, oppure unione? Una cosa è certa: le nostre tradizioni non sono solo un ponte tra passato e presente, ma rappresentano qualcosa di duraturo, qualcosa che resterà legato alla nostra memoria magari accanto ad un ricordo festivo, proprio come quello del Natale. Decorare l’albero, preparare il presepe creano momenti di condivisione, momenti di spiritualità e letizia accompagnati da un’atmosfera calda e familiare, da sapori dolci e inconfondibili di torrone, pastiera e tante altre squisitezze che si riservano quasi esclusivamente per il Natale. Ma più di tutto, ciò che rende speciale questa festa, soprattutto agli occhi dei bambini sono proprio i regali. L’idea di babbo natale li accompagnerà per tutta l’infanzia riempiendo di magia quelle giornate passate in famiglia, quando mamma e papà non andavano a lavoro e potevano trascorrere tutto il tempo con loro. Quando aspettavano fino a tardi per scorgere una slitta fra le stelle, o quando dall’alto del palco aspettavano di vedere seduti in platea i loro genitori nella tradizionale recita di fine anno.
Eppure chi sente davvero lo spirito del natale sono proprio loro, i bambini, gli unici capaci di credere ancora nella magia; in fondo se davvero Gesù nacque quella notte un filo di magia doveva pur esserci no? E poco importa se qualcuno chiama questa magia amore, l’importante e che ci si creda. Perché è proprio l’amore che fa il Natale, o per lo meno è questo lo spirito con cui si deve affrontare una festa così sacra. Perché in fondo le tradizioni servono per onorare qualcosa in cui si crede, non di certo per arricchire le società industriali e gli speculatori. Le tradizioni cambiano di paese in paese, ma lo spirito delle feste resterà sempre lo stesso. Ed è quello il vero linguaggio universale che rende il mondo un paese.
F.D.