Don Peppino era una persona del tutto normale che ha vissuto la sua vita in modo del tutto normale. All’età di 36 anni era sacerdote in una parrocchia del suo paese da circa dieci anni e l’unica cosa per cui si metteva pienamente in luce era una particolare dote umana, una forma di esuberanza e di entusiasmo, ma anch’essa in limiti molto comuni. Viveva la sua quotidianità di parroco come qualunque altro parroco, ai giovani insegnava valori fondamentali dei quali era veramente convinto: l’Onestà, la Fiducia, la Lealtà, la Dirittura Morale. Tali valori li proponeva senza enfasi e senza retorica. Aveva organizzato gruppi di giovani che si dedicavano alle attività di volontariato ed insieme alla comunità “La Roccia” di Aversa, si portava avanti la realizzazione di un centro d’accoglienza per extracomunitari.
Alla morte di Don Peppino Diana il vescovo di Caserta, Monsignor Nogaro, scrisse alcune righe: “Che grande morte, don Peppino! Grande come la vita del Padre. Avevi appena stilato con il manifesto della rinascita: “Per Amore Del Mio Popolo”, dove la tua voce, contro le organizzazioni criminali, era ferma e paterna, come quella di un profeta”. Goffredo Fofi, insieme ai suoi collaboratori, tra cui Nicola Alfiero, ha portato a termine l’idea di ricordare Don Peppino Diana dopo la sua atroce morte. È stato quindi sviluppato un libro, nel quale vi è l’unione di quei pochi testi rimasti di Don Diana alle più significative testimonianze pubbliche stimolate dal suo sacrificio; alle interviste con gente del posto ma soprattutto con i ragazzi della sua parrocchia; ad interventi che proponessero un’immagine dei luoghi, del contesto in cui era maturato l’omicidio; ed infine, ma in primo luogo, al ricordo e all’omaggio alla sua figura. “Per amore del mio popolo”- Don Peppino Diana, vittima della camorra. L’intento di questa “raccolta di interventi” non è solamente ricordare un prete coraggioso, bensì diffondere il suo esempio nella convinzione che solo la presenza nelle zone più infestate dalla malavita e dalla violenza, di educatori persuasi, sacerdoti, insegnanti, operatori motivati e coscienti, può modificare davvero la cultura di un luogo, aggredire le inerzie, sconfiggere le complicità, trasformare le coscienze. Monsignor Nogaro dopo la lettura di alcune bozze del testo, ha trascritto le sue impressioni: “È stata delineata, perfettamente, la figura di don Peppino nella forma più efficace e convincente; è uscito, quindi, nitidissimo il profilo del martire. La grandezza di Don Peppino è nella sua opera e, soprattutto, nel suo sacrificio. Don Peppino era al di fuori dei partiti e degli schieramenti politici. Come il Cristo della strada anche don Peppino scendeva dall’altare per farsi domestico di ogni uomo; era rimasto povero; esposto ed indifeso come tante persone in quel paese tormentato dalla camorra. Si esponeva in modo particolare, per i suoi giovani, perché questi non diventassero mai subalterni alle prepotenze. Nacque a Casal di Principe il popolo nuovo del coraggio, perché i suoi giovani sanno combattere a viso aperto le astuzie della criminalità organizzata, che intimoriva ed ancora oggi angustia il paese. Don Peppino è un martire, perché non si è mai risparmiato per il bene degli altri. Grazie, don Peppino, non ti dimenticheremo mai: sei il sacramento della nostra vittoria. Sei la primavera dell’amore che si diffonde stupenda, sulla nostra terra”. Sulla sua morte si possono tentare solo due ipotesi: una riguarda la situazione interna alle organizzazioni camorristiche, un’altra quella esterna, che pure ovviamente le riguarda. All’interno dell’organizzazione criminale potrebbero esservi assetti nuovi per cui qualcuno di un gruppo emergente ha voluto agire nei confronti di chi controlla il territorio. L’omicidio di don Peppino sarebbe quindi un segnale, eclatante e molto visibile, per qualcuno. L’altra ipotesi potrebbe essere che il lavoro, continuo e quotidiano, di don Peppino e quelle azioni semplici svolte nella normalità, avessero cominciato ad infastidire in quanto producevano buoni risultati. Non va dimenticato, inoltre, che Casal di Principe dopo essere stata amministrata per quarant’anni dalla Democrazia cristiana, ha avuto un sindaco progressista alle ultime elezioni ed all’interno della lista progressista tre consiglieri comunali provengono dalla parrocchia di don Peppe. Questo è uno dei risultati di un lungo e prolungato lavoro; si pensa fosse probabile che proprio questo lavoro abbia dato fastidio a qualcuno, togliendo quindi terreno alle attività della camorra. All’interno del mondo della camorra vi sono avvenimenti nuovi, come il cambiamento dell’assetto del potere, mutato rispetto al passato e con legami nuovi dei quali scarsa è la comprensione, in quanto si sono mostrati all’esterno solo limitatamente. Nella camorra c’è molta mobilità, vi sono “famiglie” che bruciano le tappe ed ascendono velocissimamente, per poi cadere altrettanto rapidamente. Questo è abituale nella zona, la lotta tra gruppi è sempre aperta e non sembra esserci una leadership tale da poter tenere in mano il potere saldamente, una volta conquistatolo. Nell’omicidio di don Peppe ha probabilmente influito qualche lotta interna di questo tipo, qualche gruppo nuovo che ha voluto dare un segnale. L’opposizione alla camorra che si fa nella zona, spesso, è soltanto un’opposizione per un ritorno, anche, elettorale. La vera opposizione è quella che si fa nel silenzio con un lavoro quotidiano, assiduo, ostinato e pressante, un lavoro di tutti i giorni. Questa è la strada, ed è questa la strada che don Peppe aveva intrapreso… e che anche noi dovremmo percorrere.
Marica Venturelli